giovedì 3 marzo 2011
Un melo per le donne
partecipate numerose, in un altro blog spiegherò meglio cos'è DORA
sabato 13 novembre 2010
E SE PARLASSIMO DEL "CLIENTE"?
“Non è strano che per la donna che si prostituisce esistano molti “nomi” – prostituta, puttana, escort, mignotta, bagascia, troia, lucciola ecc. – per lo più infamanti, mentre per l’uomo che paga per comprare il suo corpo circola finora solo il neutro sostantivo “cliente”?
Pone con una certa veemenza questo interrogativo linguistico l’avvocata torinese Romana Viliani: come chiamiamo il “lui” della situazione? Sono stanca di sentire dire “clienti”. Cliente è chi compra un prodotto da un’azienda o in un supermercato, non “chi acquista carne umana: il corpo è un valore fondamentale della vita”.
Si vorrebbe insomma un nome eticamente più impegnativo. Ma la parola non viene. “Prostituente”, oppure “prostitutore”, azzarda Marco Deriu. Tra i presenti qualcuno dice :“Silvio!”, suscitando ilarità. C’è poco da ridere, però.
Lo scambio si svolge domenica 10 ottobre a Torino, nell’incontro organizzato sul tema prostituzione e tratta dall’associazione maschileplurale, con la partecipazione di associazioni che si occupano attivamente di combattere la schiavizzazione di chi si prostituisce, di tutelarne i diritti e la salute, di agire per sostenere chi da quella condizione vuole uscire.
Il confronto – molto intenso – con le associazioni è stato preceduto da una giornata di riflessione e di scambio tra una trentina di uomini di maschileplurale. Alle spalle anche un lavoro di discussione nei gruppi maschili di diverse città: Torino, Bari, Roma, Verona, Pinerolo, Napoli.
La questione linguistica sollevata individua probabilmente un salto simbolico che sta avvenendo nel senso comune. Il ricorso alla prostituzione non è più considerato “normale”. Il comportamento del “cliente” non è più accettato come una cosa lecita.
……………………….Gli spunti di riflessione sono stati molteplici e dovranno essere meglio documentati e ripresi. Anche perché la “due giorni” torinese è stato un inizio. Un lavoro dovrà seguire.
Di Alberto Leiss dal sito www.donnealtri.it
domenica 6 giugno 2010
UN CONSIGLIO DI LETTURA
Un libro di Altraeconomia curato da Elena Sisti e Beatrice Costa
Le donne reggono il mondo. Lavorano più degli uomini, si fanno carico del “welfare domestico” quotidiano, gestiscono l'economia e il denaro con più lungimiranza, in situazioni di crisi, in casa o nella propria azienda. Eppure in tutto il mondo guadagnano meno e sono meno rappresentate nelle istituzioni, nei Parlamenti e nei consigli d'amministrazione delle imprese. Queste pagine sono un punto di vista, diverso e plurale, per comprendere i motivi di tali diseguaglianze e “cucinare” un futuro diverso. 12 conversazioni per dare voce alle intuizioni di esperte e studiose le cui opinioni spesso si perdono tra quelle gridate degli uomini e che raccontano un'altra economia, fatta non solo di profitti, ma di relazioni, di cura delle intuizioni, di attenzione alle prossime generazioni. L’economia, il welfare, il lavoro, le leggi e la tutela dei diritti, l’accesso al cibo, i cambiamenti climatici, l’urbanistica in una prospettiva di genere e nelle parole di Simona Beretta, Marina Terragni, Ann Pettifor, Monica D’Ascenzo, Manuela Naldini, Francesca Bettio, Paola Villa, Beatrice Costa, Liana Ricci, Silvia Macchi e Stefania Scarponi.
Elena Sisti si occupa di ricerca economica, è esperta in particolare di sviluppo e sostenibilità
Beatrice Costa si occupa di ricerca su diritti delle donne e politiche di genere per ActionAid
LE DONNE E IL LAVORO
Madri flessibili
Scrivono ora Lia e le donne di via Dogana: ma è una disgrazia? Non saremmo più felici se ci facessimo guidare dal desiderio invece che dalle passate ideologie, che ci hanno stretto al lavoro fisso e a tempo pieno, strozzando il nostro bisogno di stare con i figli? D'altra parte il desiderio ci suggerisce di essere madri, ma anche di accedere a quella ricchezza di rapporti che il lavoro domestico riduce. Lavoro è fatica ma anche socialità, a volte perfino una soddisfazione. Non solo sfruttamento. Diciamo dunque due volte sì, alla maternità e al lavoro.
Però, per essere vivibile il «doppio sì» non può comportare sedici ore di lavoro al giorno, otto pagate in azienda, due nei trasporti e sei in famiglia non pagate: si crepa di fatica. Guardiamo con occhio benevolo al tempo parziale, al contratto flessibile e atipico che l'impresa ci offre più facilmente. Riduciamo il tempo del lavoro esterno, facciamo quattro più due più quattro, o flessibilizziamolo, calcolandolo non a tempo (che troveremo nei pertugi) ma a risultato. Insomma mamma e impresa si possono incontrare, l'impresa gradisce avere una lavoratrice, come si diceva una volta dell'auto, just in time, e la mamma ha bisogno di essere più libera. Così il lavoro si femminilizza, aggiunge qualche amico entusiasta: le donne sono sempre di più, per meno tempo, più flessibili, non hanno la fissa della lotta di classe, della rigidità delle norme e dei diritti, d'un impiego pieno per la vita e con pensione successiva. Nel loro tempo, breve e articolato, portano le loro assai tradizionali qualità, precisione, cura, fluidità, scarsa conflittualità.
Bel quadro ma non convincente. Sono i tempi e i conti che non tornano. Per realizzare felicemente il doppio sì occorrerebbero due condizioni; che il servizio pubblico garantisse una struttura professionale semigratuita per accudire la casa e i bambini mentre lei lavora, e che l'impresa pagasse la lavoratrice almeno come un uomo, dovendo provvedere a una piccola creatura. Se non ci sono queste due condizioni, come è stato in alcuni paesi scandinavi, il mezzo tempo non basta per vivere e tanto meno per pagare l'altra donna cui affidare la casa e i figli.
Il miraggio del welfare state
Le due condizioni in Italia non ci sono. Salvo in alcune città, il servizio pubblico non esiste o è ai minimi, e la Ue non fa che chiedere di ridurre la spesa pubblica almeno fino al 2013. I salari (per non parlare della mancanza di impieghi in tempo di crisi) tendono a degradarsi al precariato, che obbligandoti a pensare al mese in cui sarai sospesa, non ti invita certo a programmare una maternità. Paradossalmente, la proposta della Libreria implicherebbe quella società comunista a redistribuzione totale e mirata, che è stata buttata alle ortiche anche come miraggio da trent'anni in qua. E non abbiamo anche noi sussurrato, se non sbaglio, meno stato più mercato?
domenica 30 maggio 2010
Un UOMO, le DONNE e una POESIA
Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.
Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.
Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.
Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.
la mia compagna, ti prendo per mano.
da “Il gatto lupesco (poesie 1982-2001)” Feltrinelli
venerdì 23 aprile 2010
RICONOSCERE I MILLE VOLTI DELLA VIOLENZA

La prima campagna pubblicitaria che vuole aiutare le donne a non scambiare la violenza per amore e a reagire prima che sia troppo tardi. Una campagna che può essere adottata da chiunque. E i primi sono i due giornali diretti da una donna: l’Unità e Il Secolo d’Italia.
Vuole ricordare soprattutto alle giovani donne che possono agire invece di subire, e che agire è una scelta di libertà. La libertà di escludere fin dall’inizio un uomo violento dalla propria vita, imparando a non scambiare la violenza per amore.
E’ nata da un’idea di Anna Paola Concia, parlamentare PD, da anni impegnata nella battaglia sui diritti delle donne e delle minoranze sessuali, di Alessandra Bocchetti, teorica del pensiero della differenza, e di Eliana Frosali, copywriter dell’agenzia di pubblicità Saatchi&Saatchi a Roma.
L’idea visiva è un grande rettangolo nero che nasconde il viso dell’uomo, su cui campeggia il claim: La violenza ha mille volti. Impara a riconoscerli.
Il volto coperto dell’uomo, oltre a relegarlo nell’anonimato, fa sì che siano le donne ad essere protagoniste della campagna, perchè protagoniste delle proprie vite, chiamate ad agire per mettere fine alla violenza che subiscono. Il tema è infatti il cambiamento, attraverso la capacità delle donne di guardare più lucidamente chi si ha accanto e di reagire alla violenza maschile.
Mentre il sorriso della ragazza, oltre a contrapporsi esplicitamente alla vittimizzazione caratteristica di quasi tutte le campagne su questo tema, allude alla “liberazione dalla violenza”, ma può suggerire l’idea che anche donne “normali” e sorridenti, in realtà vivono storie drammatiche.
I messaggi sono semplici e immediati: Un violento non merita il tuo amore. Merita una denuncia - Gli schiaffi sono schiaffi. Scambiarli per amore ti può far molto male - Se il tuo sogno d’amore finisce a botte, svegliati. E quello forse più incisivo: Non sposare un uomo violento. I bambini imparano in fretta.
oppure il sito www.riconoscilaviolenza.it
venerdì 26 febbraio 2010
LA PROSTITUZIONE
ed ecco che navigando in rete nello stesso giorno trovi due pezzi di senso e segno opposto, ve li offro in riflessione:
Punire il cliente. La strada svedese
A 10 anni compiuti dalla legge più innovativa sulla prostituzione mai approvata al mondo, la Svezia sta facendo i conti con i risultati ottenuti e cerca allo stesso tempo di far conoscere meglio all’estero il suo modello. Che spesso, in particolare in Italia, viene ancora considerato come una specie di stravaganza nordica, se non come un mezzo fallimento.
Non c’è dubbio che la scelta di dichiarare punibile il cliente e di considerare invece la donna come una vittima aveva rovesciato una logica orientata da sempre a criminalizzare le prostitute e a lasciar tranquilli i loro utilizzatori. Ancora più difficili da digerire le ragioni di quella scelta, enunciate nell’articolo 1 della legge: «La prostituzione è una forma di violenza dell’uomo verso la donna». Dietro quel testo c’era in effetti l’elaborazione di un femminismo come quello svedese, capace di influenzare l’opinione pubblica e di lavorare anche dentro i partiti, in quello socialdemocratico in particolare, e dentro le istituzioni. C’era un parlamento dove la rappresentanza femminile era arrivata al 45 per cento e dove i temi delle donne erano al centro di discussioni e indagini innovative. Come ha raccontato in un’intervista Gunilla Ekberg, l’avvocata femminista che aveva lavorato al disegno di legge, «fino ad un certo momento avevamo considerato la prostituzione come un fenomeno a sé stante. La svolta è avvenuta quando ci siamo rese conto che si trattava invece di una delle forme della violenza maschile nei confronti del nostro sesso». Avevano portato a questo risultato non tanto le analisi teoriche, quanto i molti studi e ricerche fatti negli anni precedenti sulle prostitute svedesi. In tutte le loro storie, in un modo o nell’altro, c’erano abusi familiari infantili, stupri subiti da amici di famiglia o compagni di scuola o condizioni di disagio estremo e di emarginazione sociale. In altre parole, nel contesto svedese erano molto rare le donne che facevano della prostituzione una libera scelta di vita. Ed ecco allora il testo che proibisce “l’acquisto di prestazioni sessuali”, punendo anche penalmente chi compra sesso ma non chi lo offre e che viene considerata invece una vittima da proteggere e aiutare.
Non abbiamo papponi. Non abbiamo subito violenza durante la nostra infanzia, né dopo del resto. Non siamo drogate. Non siamo mai state obbligate a prostituirci. Non abbiamo angosce post-traumatiche. Non siamo infelici. Sì, abbiamo una vita sentimentale. Abbiamo amici e amanti. Siamo impegnate nella lotta contro ogni discriminazione. Svolgiamo un lavoro stigmatizzato. Abbiamo scelto questo mestiere. Vogliamo gli stessi diritti degli altri. Siamo puttane e ne siamo fiere”: così recita il ‘manifesto’ dell’orgoglio delle prostitute da poco pubblicato in Francia. Fiere di essere puttane (Derive&approdi 12 euro) è un libro che sfata i luoghi comuni che di volta in volta indicano nella prostituzione una forma di asservimento, una piaga sociale, un’emergenza da gestire come ordine pubblico. Un libro scritto da due prostitute, Maîtresse Nikita e Thierry Schaffauser, protagoniste di un movimento che chiede rispetto e diritti per quelle e quelli che hanno scelto di esercitare la professione più antica del mondo. “Si capisce subito leggendo le prime pagine di questo libro che non siamo nel campo teorico dell’antropologia sociale, bensì nella pratica quotidiana che vede le/i sex workers destreggiarsi per far fronte a quello che è un autentico attacco criminogeno dello Stato contro di loro - scrive nella prefazione Pia Covre, esponente del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute (Cdcp) – Il linguaggio diretto e schietto che Maîtresse Nikita e Thierry Shaffauser usano per raccontare come abbiano deciso di prendere la parola e avviare una lotta contro la legge di sicurezza, la discriminazione e lo stigma della ‘puttana’ ha un effetto dirompente. È una accusa chiara e lucida verso chi ha la responsabilità politica e di governo di un fenomeno sociale, la prostituzione, che in Francia già dal 2003 è stata al centro delle politiche di Sarkozy sulla sicurezza. In Francia dal 2003, come in Italia oggi, si alimentano le paure, si crea artificiosamente un nemico, si risponde quindi all’insicurezza sociale creata.
Una riflessione sul senso della vita
Faccio parte del diretivo dell'Istituto storico della Valle d'Aosta e ho voluto cercare qualcosa su internet sulla mostra A noi fu dato in sorte questo tempo (Torino 27/1-20/3/2010), a cui l'Istituto ha collaborato, e mi ha colpito la recensione e la lettera di Luciana Nissim Momigliano.
Mi ha colpita perchè in un mondo come quello attuale in cui sembra che per esistere si debba andare in televisione, ci si debba mostrare pubblicamente una riflessione come quella fatta da una donna che ha sofferto ma che dalla sofferenza ha saputo trarre forza e integrità.. buona lettura
Piccola Posta - Adriano Sofri - Il Foglio
Luciana Nissim Momigliano (1919-1998) era una giovane laureata in medicina quando, nel dicembre 1943, fu arrestata con un gruppo di simpatizzanti del Partito d'azione e deportata ad Auschwitz. Ne tornarono solo lei e Primo Levi. Ora la Giuntina ripubblica, arricchito di altri scritti e memorie, il racconto che Luciana pubblicò nel 1946, raro esempio di precocità fra le testimonianza dei ritornati. Luciana diventò poi pediatra, fondò l'asilo Olivetti a Ivrea, diventò un autorevole psicoanalista. Consiglio caldamente il libro, ma voglio qui riportare una lettera che Luciana scrisse nel 1945 a Franco Momigliano, già partigiano e prestigioso economista, che l'anno dopo sarebbe diventato suo marito. Questa lettera mi ha fatto una grande impressione, che non provo a spiegare: desidero solo farvene partecipi. Ecco:
"Biella, 14 agosto 1945
Dovrei rispondere a un milione di lettere che mi aspettavano a casa, e invece di farlo ecco che mi metto a scrivere a te, Franco. Non è per mandarti un messaggio d'amore, bensì per raccontarti una cosa per me importante. Ieri ho incontrato, casualmente, a Torino, una carissima ragazza iugoslava, profuga in Asti, che avevo conosciuto ad Auschwitz - lei è buona e dolce ed è stata con me in campo, una volta, di una generosità rara. Sono stata assolutamente felice di vederla, era talmente inverosimile andare a spasso per Torino sedersi insieme in un ristorante, era così bello essere vive! E poi lei mi ha ripetutamente detto questo - che due sue amiche, anche iugoslave, venute con me da Fossoli, continuavano a dirle come io fossi stata sempre buona e generosa, e che lei stessa, conosciuto più a fondo l'ambiente laggiù e specialmente l'infermeria, doveva ripetermi che anche 'in campo io ero rimasta onesta'. E' bello no? Infatti laggiù io, che avevo più facilità di movimento, in grazia della mia professione, ero praticamente l'unica che servisse da trait-d'union fra le italiane, che potesse dare notizie delle malate ed eventualmente trasmettesse qualcosa - tutte cose che sembrano naturalissime. Ma che là erano estremamente difficili - oltre al fatto che nessuno si prendeva la briga di fare qualcosa per gli altri. Ti confesso che io temevo il giudizio delle compagne che sarebbero tornate - io ero in una posizione privilegiata, e avevo paura che, ripensandoci ora, esse trovassero che io non avevo fatto quello che potevo. Invece no - io mi sono mantenuta onesta, ha detto Lisa, e loro mi hanno spesso rimpianto, e sempre parlavano di me, dopo la mia partenza. Ne sono molto fiera, e dopo questo sono stata indotta a fare alcune considerazioni. Non si esce da un'esperienza come questa, senza il retaggio di precisi doveri verso se stessi e verso gli altri. Non credo che Dio mi abbia salvato da Auschwitz perché io debba essere d'esempio al mondo - ma sento che un'avventura come questa deve pur significare qualcosa. Quando partivo da Grimma, un francese salutandomi, mi ha detto 'e faccia buon uso della libertà, ora che ne conosce il valore'... frase che mi gira continuamente dentro, ad indicarmi dei doveri e dei compiti. Io credo che saprò compierli ma vorrei che tu mi servissi da specchio e da censore, quando cadessi nel banale, o nel convenzionale, o peggio, nel disonesto. Quindi capisci perché questa, che non è una lettera d'amore, non poteva essere scritta ad altri che a te. Io non ho alcuna ambizione, perciò non ho nessuna intenzione di fare molta strada - per me basta essere la tua ragazza, Franco, di te che farai molta strada - e tu non devi mancare alla mia aspettativa - ma io cercherò di essere sempre una persona per bene, e se possibile, anche qualcosa di più".
sabato 12 dicembre 2009
Il processo breve e la violenza alle donne
PERCHE’ DICIAMO NO AL PROCESSO BREVE
Se il progetto di legge sul “processo breve” verrà approvato, dovranno svolgersi nell’arco di due anni, pena l’estinzione, i processi per i reati di “violenza sessuale” nell’ipotesi di minore gravità, nonché di “atti sessuali con minorenne che ha compiuto 16 anni” nell’ipotesi in cui a commetterli siano l’ascendente, il genitore anche adottivo, il di lui convivente o il tutore del minore stesso.Ci chiediamo se il non prevederne l’esclusione, sia stata una dimenticanza oppure l’aver considerato “non gravi” questi reati: in entrambi i casi il risultato ci appare disastroso!Da anni, come avvocati, difendiamo nei processi le vittime di reati sessuali, da anni raccogliamo la loro sofferenza e ci facciamo loro portavoce nelle sedi giudiziarie. Per questo sappiamo che, a volte, un processo ha bisogno di tempo e che questo tempo non può essere determinato a priori.Non siamo disposte a considerare meno gravi i palpeggiamenti, gli strusci e qualsiasi altro comportamento che offenda la libertà sessuale delle persone!Non vogliamo che gli autori di questi reati rimangano impuniti per “questioni di tempo”!Le aggressioni nella sfera sessuale lasciano segni indelebili: non occorre aggiungerci, anche, la beffa di una mancata giustizia!Chiediamo che il parlamento modifichi il testo della legge che andrà a discutere escludendo, dalle norme sul processo breve, tutti i reati contro la libertà personale.
Gli avvocati di SVSDAD (Soccorso Violenza Sessuale Ospedale Mangiagalli Milano – Donna Aiuta Donna)
mercoledì 4 novembre 2009
IL VALORE DEI SIMBOLI
Ho trovato in internet il pezzo che segue che esprime con chiarezza il mio pensiero e quindi lo replico per farvene partecipi.
La banalizzazione di un simbolo
Blog europe di Andrea Bonanni la repubblica.it 4.11.2009
Premetto due cose, non necessariamente collegate tra loro. La prima è che non sono credente. La seconda è che trovo la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo contraria all’obbligo del crocifisso nelle aule un segno di civiltà giuridica e culturale. Ancora una volta, parafrasando la canzoncina dei berlusconiani, mi viene da dire: “per fortuna che l’Europa c’è”. Fatte queste dovute premesse, mi stupisco un po’ della reazione scomposta delle gerarchie cattoliche. Per un cristiano, il crocifisso dovrebbe essere, ancora di più che per un ateo come me, un simbolo sublime e terribile. La sua banalizzazione come soprammobile, confuso con i banchi, la lavagna e le altre suppellettili scolastiche, dovrebbe essere, quello sì, un sacrilegio. E la giustificazione del crocifisso nelle scuole come una fatto consuetudinario dovrebbe suonare alle orecchie dei buoni cristiani come una vera e propria bestemmia.Vietando la imposizione fuori contesto del Cristo, e del suo supplizio, la Corte di Strasburgo ha riconosciuto la sua piena e terribile dignità ad un simbolo religioso. Quella stessa dignità che la Chiesa gli nega difendendone la banalizzazione quotidiana e obbligatoria.
lunedì 2 novembre 2009
MENO MALE CHE ESISTONO ANCHE QUESTI UOMINI
Da uomo a uomo, un appello di ‘Maschile Plurale’(Roma)
Sono un uomo e vedo la violenza maschile intorno a me. Vedo anche, però, il desiderio di cambiamento di molti uomini. Scelgo di guardare in faccia quella violenza e di ascoltare quel desiderio di cambiamento. So che quel desiderio è una risorsa per sradicare quellaviolenza. Di fronte alle storie di mariti che chiudono le mogli incasa o le ammazzano di botte, di fidanzati che uccidono per gelosia le proprie ragazze, di uomini che aggrediscono o stuprano donne in un parco o in un garage, non penso "Sono matti, ubriachi o magari isoliti immigrati !", non mi viene da dire: "Quella se l'è cercata!".Tutto questo mi riguarda, ci riguarda. Quando sento giudicare gli immigrati come una minaccia alle "nostre donne" ricordo che la violenza contro le donne non nasce nelle strade buie, ma all'interno delle nostre case, ed è opera di tanti uomini, italiani e non, che picchiano e uccidono le "proprie" donne. Quando osservo l'ironia, il disprezzo, la discriminazione che precedono la violenza controlesbiche e gay non penso: "Facciano quel che gli pare, ma a casaloro". So che mi riguarda, ci riguarda: quell'ironia e quel disprezzo li conosco fin da piccolo, sono una minaccia per chi non si comporta"da uomo". La libertà di amare chi vogliamo e come vogliamo o è di tutti o non è di nessuno. Quando penso alle donne, spesso straniere, costrette a prostituirsi, prive di diritti, alla ricerca di difficili vie di uscita, non penso che "rovinano il decoro delle città". Vedo nella loro vita l'effetto di un razzismo che avanza. La prostituzione, scelta od obbligata, parla innanzitutto dei nove milioni di clienti italiani e della sessualità maschile ridotta alla miseria dello sfogo e del consumo. Credo che la violenza contro omosessuali e trans, la diffusa richiesta di ordine e sicurezza, la crescente ondata di disumanizzazione dei migranti, il razzismo, l'egoismo dilagante, abbiano a che fare con le relazioni tra i sessi: la paura e il disprezzo verso le differenze sono una tossina che avvelena la nostra società. Ogni giorno sento il richiamo verso ogni uomo ad essere complice di questa cultura e ad aderire all'ideologia della mascolinità tradizionale. Sono stanco della retorica della patria, del nemico e dell'onore, della virilità muscolare e arrogante. Quando assisto all'ostentazione di sé da parte di chi usa soldi epotere per disporre delle donne, sento che quell'ostentazione è misera, squallida e anche triste. Sono secoli che gli uomini comprano, impongono, ricattano e scambiano sesso per un posto di lavoro o per denaro. La novità sta nel vantarsene, strizzando l'occhio agli altri uomini in cerca di complicità. Non ci stiamo, e non per invidia o moralismo. Non ci interessa l'alternativa tra il consumo del corpo delle donne e l'autocontrollo perbenista. Al potere preferiamo la libertà, la libertà di incontrare il desiderio libero delle donne, compreso, eventualmente, il loro rifiuto. Quando il disprezzo per le donne, l'ostentazione del potere e le minacce contro i gay e gli stranieri diventano modelli di virilità da usare a scopi politici, capisco e sento che devo e dobbiamo reagire: come uomini prima ancora che come cittadini. Sentiamo la responsabilità di impegnarci, come uomini, contro la violenza che attraversa la nostra società e le nostre relazioni. Non vogliamo limitarci alle "buone maniere" e al "politicamente corretto". Non ci sentiamo "protettori" né"liberatori". Sappiamo che le donne non sono affatto "deboli". La loro libertà, la loro autonomia, nel lavoro, nelle scelte di vita, nella sessualità, non sono una minaccia per noi uomini e nemmeno una concessione da far loro per dovere. Sono un'opportunità per vivere insieme una vita più libera e ricca. Non ci basta dire che siamo contro la violenza maschile sulle donne. Desideriamo e crediamo in un'altra civiltà delle relazioni tra persone, una diversa qualità della vita, libera dalla paura e dal dominio. Vogliamo vivere una sessualità che sia altro dalla conferma della propria virilità e del proprio potere. Molti uomini hanno finora vissuto questo tentativo di cambiamento individualmente, cercando un modo nuovo di essere padre, una diversa relazione con la propria compagna, un modo diverso distare con gli altri uomini, un rapporto diverso con il lavoro. Questa ricerca è però spesso rimasta solitaria e invisibile, senza parole. Vogliamo esprimerci in prima persona, vogliamo che il desiderio di libertà e di cambiamento di migliaia di uomini diventi un fatto collettivo, visibile, capace di parlare ad altri uomini. Il 21novembre a Roma, in Piazza Farnese, dalle ore 15,30 alle 19,30 ,un'iniziativa nazionale aperta a uomini e donne di MASCHILEPLURALE perinfo info@maschileplurale.it, http://www.maschileplurale.it(Delt@ Anno VII, N 201 del 29 ottobre 2009)
mercoledì 7 ottobre 2009
LO SPAZIO PUBBLICO SI FEMMINILIZZA, MA SCOMPARE IL CONFLITTO TRA I SESSI
Il sussulto di “dignità” e l’invito che oggi, da schieramenti diversi, viene rivolto alle donne, affinché si ribellino all’immagine degradante con cui sono rappresentate dalla pubblicità e dalla televisione, non deve trarre in inganno. Il corpo femminile occupa la scena mediatica da molti anni, l’immaginario pornografico maschile ha contaminato ormai ogni ordine di discorso e di linguaggio, l’esibizione e il voyeurismo, sapientemente amalgamati dai reality show, sono subentrati, se mai è esistita, alla fruizione passiva dello spettatore. Il risveglio improvviso di coscienze morali offese, di intelligenze femminili “umiliate” dalla mercificazione che si fa del loro sesso, è venuto al seguito di vicende che non potevano lasciare indifferenti, perché avevano come protagonista una delle maggiori cariche dello Stato, il Presidente del Consiglio, e come materia scottante prestazioni sessuali scambiate indifferentemente con denaro, carriere politiche o televisive.
Leggi tutto: LO SPAZIO PUBBLICO SI FEMMINILIZZA, MA SCOMPARE IL CONFLITTO TRA I SESSI
lunedì 28 settembre 2009
Il nostro corpo, fino a quando lo lasceremo usare???
sono stufa di sentire come vengono trattate le donne, sono stufa di sentire che gli uomini italiani (tutti?!!!!!?) invidiano Lui perchè ha successo con le donne....
Perchè credete ne nessuno in Italia si scandalizzi abbastanza per essere rappresentato da un buffone che invece di preoccuparsi di come vanno le cose e della crisi si occupa delle sue attività personali.
Questa italia, questi italiani (che in realtà è proprio vero lo invidiano) sono il risultato di 20 anni di televisione che ha creato una cultura becera, maschilista che adesso sta semplicemente venendo sdoganata anche a livello nazionale, internazionale e quindi nessuno ha più bisogno di vergognarsi di quello che pensa. Grazie, non posso fare altro che ringraziare che sia normale pubblicizzare un dentifricio, uno yogurt con il corpo nudo di una donna e poi sentirsi dire che se si è state violentate è perchè certi modi di vestire provocano gli uomini....
giovedì 2 aprile 2009
Violenza: un discorso da mettere sottosopra
Anche adesso si parla molto di violenza e torno a leggere di corpi femminili fragili ed esposti, da proteggere, da fortificare, da rassicurare. Anche con le migliori intenzioni. Sono stanca di questi discorsi. Non ci credo, anzi ci credo ancor meno di trent'anni fa.
Non voglio più parlare del come e del quanto vengono esposti i corpi femminili, perlomeno non voglio parlarne in relazione al tema della violenza maschile.
In questa storia ci sono degli esseri umani normali, con tutte le loro varietà, e sono le donne. Non particolarmente fragili, anzi perlopiù assai resistenti, insomma normali.E poi degli esseri umani, gli uomini, che hanno un problema: un potenziale di violenza. Non siamo noi donne il problema, smettetela di parlare di noi.Vorrei invece che il problema fosse nominato per quello che è. E quindi vorrei non leggere mai più un titolo di giornale che dice "un'altra donna stuprata" o picchiata, ma "un altro uomo ha perso il controllo" l'ennesimo maschio ha aggredito. Vorrei che gli uomini, tutti gli uomini, giornalisti, intellettuali e politici compresi, incominciassero a pensarsi davvero come portatori sani di qualcosa che può diventare molto pericoloso e con cui solo loro possono fare i conti. Qualcosa su cui, quando vogliono far bene, cercano di esercitare censura, che evitano di far emergere e guardare in faccia. E quindi evitano perfino di nominare, preferendo indirizzare le loro emozioni sulla pietas per i poveri corpi femminili. Qualcosa di così evidente e macroscopico che scompare, che non può essere visto se non c'è la precisa volontà di nominarlo.Per questo vorrei che tutti quegli uomini facessero a gara per diventare testimonial di messaggi corretti e consapevoli nei confronti dei giovani maschi. Vorrei che organizzassero tavole rotonde e dibattiti in cui discutono e si accapigliano sul loro rapporto con l'aggressività e il potere.Che sentissero (intellettualmente, emotivamente, politicamente) il gravissimo rischio che rappresenta per tutti loro e per le giovani generazioni di maschi, la loro incontrollabile tendenza a ricostruire e ricompattare, a ogni livello, la coorte maschile. E che manifestassero, proprio per questo motivo e non perché politicamente corretto in una logica paritaria da maschio democratico, l'urgenza di presenze femminili.Quanto a me, da un uomo non voglio essere né aggredita né protetta (e le ronde non possono in ogni caso funzionare proprio perché non viene nominata e riconosciuta la natura della violenza). Vorrei che entrasse in relazione con me, da uomo che sa di esserlo.
4 marzo 2009 Giordana Masotto
da Newsletter N° 3 - http://www.libreriadelledonne.it/
domenica 22 febbraio 2009
Nel carcere dei "sex offenders"
cosa significa relamente per le donne violentate aggravare la pena? Quando solo il 4% delle donne denunciano le violenze subite?
cosa significa mandare i galera i colpevoli, se quando escono sono esattamente come prima, e quindi pronti a riprendere le loro violenze?
perchè si continua ad insistere sulle violenze commesse dagli stranieri, mistificando così la realtà, che registra invece violenze fatte da mariti, fidanzati, amici, colleghi ed ex mariti - fidanzati - amici
poi ho letto un articolo su Repubblica e forse mi viene da consigliare i politici che forse la cosa da fare, invece delle ronde, sarebbe che questa esperienza diventi la normalità perchè dei pochi violentatori, maltrattatori e uccisori di donne che vengono denunciati e condannati almeno il loro stare in carcere serva a cambiare mentalità in modo che una volta usciti non replichino le loto violenze.
Se volete leggetelo..
Nel carcere dei "sex offenders" "Qui riusciamo a recuperarli"
di STEFANIA CULURGIONI Repubblica 22/02/2009
MILANO - Nella subcultura carceraria sono "gli infami". Nel gergo tecnico di psicologi e operatori penitenziari sono i "sex offenders". Qualunque sia il modo di chiamarli, una cosa è certa: quando entrano in galera, le persone che si sono macchiate di un reato sessuale vengono spedite dritte nei reparti protetti, e lì confinate. Separate da tutti, isolate dal resto dei detenuti, esiliate in un girone a parte. Ovunque, tranne nel carcere di Bollate.
Si chiama "Progetto di trattamento e presa in carico di autori di reati sessuali in Unità di Trattamento Intensificato e sezione attenuata" ed è una sperimentazione avviata nell'istituto di reclusione milanese solo tre anni fa. L'unico caso in Italia in cui, dopo un anno di terapia in un'unità specializzata all'interno del carcere, i detenuti possono lasciarsi alle spalle il reparto protetto e vivere quotidianamente insieme agli altri detenuti di reati "comuni".
"I sex offenders seguono un trattamento avanzato - spiega la direttrice del carcere Lucia Castellano - un percorso studiato appositamente per chi ha commesso reati sessuali. Qui a Bollate in questo momento sono trenta persone, su un totale di 750 detenuti. E in questi tre anni posso dire che il progetto ha dato i suoi frutti. Su 80 soggetti, solo tre sono stati recidivi e uno di loro ha chiesto di tornare per continuare le terapie".
Considerato uno degli istituti penitenziari più all'avanguardia, il carcere di Bollate è nato nel 2000 con un obiettivo: offrire all'utenza detenuta quante più possibili opportunità lavorative, formative e socio - riabilitative. Un modo costruttivo per abbattere il rischio di recidiva e favorire il graduale, ma anche definitivo reinserimento del condannato nel contesto sociale. "Perché una cosa è certa - continua la direttrice - pensare al carcere come a un luogo in cui si prende la chiave e la si butta via, non ha alcun senso. Non serve a niente. Il modo migliore per evitare che questi gravissimi fatti si ripetano ancora è accompagnare la galera a dei percorsi sensati. Non farsi prendere dall'onda emotiva, studiare bene le misure da adottare per evitare la recidiva. Affrontare il problema con razionalità. E poi, infine, 'sperare' nel soggetto. Perché più di ogni altra cosa, la scelta del recupero dipende dalla persona".
È il "violentatore", cioè, che deve dire "sì, voglio guarire". E i mezzi per farlo, a Bollate, li ha. L'équipe che si occupa di seguire i sex offenders nel loro percorso fa parte del Centro Italiano per la Promozione della Mediazione (CIPM) di Milano. Un team composto da tre criminologi, sette psicologi, uno psichiatra, due educatori, un'arteterapeuta e uno psicomotricista. "La novità di Bollate sta nel fatto che è stata creata una vera e propria unità terapeutica a sé stante, interna al carcere, come se fosse una piccola comunità" chiarisce lo psicologo Luigi Colombo.
Ed è lì che, giorno dopo giorno, per un anno di fila, i colpevoli di reati sessuali devono affrontare il loro mostro interiore. "Il lavoro ha una cadenza giornaliera - continua Colombo - I colloqui sono individuali e di gruppo e tutto il progetto è incentrato sul riconoscimento del reato. Perché se c'è una cosa che il sex offender fa è proprio questa: negare, negare, negare. In carcere la negazione è usata per difendersi dagli altri. La cosa più facile e più frequente è cercare di dimostrare al compagno di cella ma anche allo stesso operatore che è tutta un'invenzione, che si è innocenti, che si è vittime di un tragico errore. Questo serve a mettersi al riparo dalle critiche e anche a difendersi da se stessi. Ed è lo stesso meccanismo che si mette in atto dentro la famiglia, con la propria moglie o con la propria compagna, quando ancora non si è finiti in galera. Distorsioni della realtà a cui, troppo spesso, si finisce per credere".
Il lavoro principale degli psicologi, allora, è quello sulla negazione. E quando è finito, comincia la seconda parte: la vita fuori dal reparto protetto, in mezzo agli altri detenuti. "All'inizio, tre anni fa, non è stato facile - ricorda Lucia Castellano - gli 'altri' reagirono molto male, qualcuno decise di chiedere un trasferimento perché proprio non se la sentiva. Ma chi entra a Bollate oggi sa bene quello cui può andare incontro: se firma, accetta la possibilità di condividere la propria cella anche con un sex offender".
La maggior parte, stando ai numeri di Bollare, sono italiani che hanno commesso reati sessuali all'interno della famiglia. Padri su figlie, o patrigni su figli adottivi, spesso con la connivenza della madre. A volte amici dei genitori, ma comunque quasi sempre persone nel cerchio familiare. "Spesso si tratta di persone che hanno un comportamento esteriore molto contenuto, inibito, passivo - spiega Colombo - I reati di branco invece sono più limitati. Li commettono persone che hanno imparato un modello aggressivo di sessualità. Soggetti emarginati che utilizzano la violenza per rafforzare la propria identità virile. Lo fanno in gruppo perché, davanti agli altri, dimostrano a loro stessi di essere forti".
Per tutti loro stare in mezzo agli altri detenuti è un passo decisivo. "E' una specie di banco di prova per anticipare il proprio rientro nella società - continua lo psicologo - una società in cui, volenti o nolenti, saranno sottoposti a dure critiche".
Il CIPM segue in tutto circa 200 persone (una trentina dentro al carcere, gli altri in esecuzione penale esterna. Far emergere questi reati, in realtà, è davvero difficile. Le violenze sessuali sono quelle con il "numero oscuro" più alto di episodi non denunciati. "Ma una volta presi - ribadisce la direttrice - è necessario che vengano messi davanti quello che hanno fatto. Il carcere deve essere anche il momento della consapevolezza, il luogo in cui riflettere sulla propria personalità, per capire perché si ha avuto il bisogno di aggredire. Solo così, forse, una volta fuori il sex offender non ripeterà più quelle terribili violenze".
venerdì 30 gennaio 2009
LO SMEMORATO DI BRUSSON
Leggo ed allibisco:
sembra che Rollandin sia l'erede di una serie di decisioni prese dai presidenti precedenti e quindi, non potendo fare niente, sia obbligato ad andare avanti.....e che comunque il conto che pagheremo noi valdostani è poca cosa, in confronto alle nostre disponibilità.
Ripenso, ricordo e allibisco:
ero consigliera comunale a Saint Christophe nella legislatuta 1985-1990, legislatura nella quale l'amministrazione regionale, nella forma dell'allora presidente Rollandin, chiese e ottenne che il Comune di Saint Christophe vendesse (cedesse) i terreni di sua proprietà per l'ingrandimento dell'aeroporto.
Mi ricordo in particolare una delle prime (nel tempo) visite pastorali della giunta al consiglio comunale di Saint Christophe, nel corso della quale il presidente Rollandin in persona mi chiese perchè ero così contraria alla cessione dei terreni, io risposi che non ero contraria o favorevole, ma non avendo avuto la possibilità di esaminare un progetto e di capire cosa avrebbe significato per gli abitanti e per il paese di Saint Christophe l'ampliamento dell'aeroporto ciò mi rendeva impossibile dare un parere positivo o negativo.
Bè io mi ricordo la risposta di Rollandin "finchè non siamo proprietari dei terreni non progettiamo niente" e quindi andare sulla fiducia bisognava............
fiducia che tutte le promesse fatte sarebbero state mantenute e che nessun disturbo sarebbe venuto alla popolazione del paese e sì, io mi ricordo..................................
e mi dispiace che non sia riuscito a pensare cosa farne dell'aeroporto in tutti questi anni, forse era altrove occupato e un progetto così poco significativo non meritava la sua attenzione.
FINALMENTE UN PEZZO
Parola che ai molti non dice tanto tanto ma che alle migliaia di donne perseguitate da ex findanzati, mariti, compagni che trovano mille modi per perseguitarle dopo la fine di un rapporto affettivo dice molto.
Finalmente anche in italia questi comportamenti (che spesso sono sfociati nella morte delle donne) sono diventati un reato perseguile per se stesso.....
è solo un primo pezzo
per eliminare la violenza nei confronti delle donne è necessario ancora un lungo cammino, fatto soprattutto di cambiamenti culturali, perchè è solo con una mentalità diversa, basata sul rispetto reciproco che questa potrà diminuire fino a scomparire
venerdì 23 maggio 2008
L'eterna violenza in famiglia
”Gentili Ministre, ci rivolgiamo a voi perché siete donne e forse potrete comprendere il dramma che è successo a Torino domenica pomeriggio 18 maggio. Conoscevamo Elisa Beatrice Rattazzi, abbiamo vissuto vicino a lei ed al suo assassino per anni e i nostri figli sono cresciuti assieme. È stata uccisa ed è l'ennesima assurda vittima della violenza di genere, della guerra che quotidianamente si consuma all'interno delle mura domestiche. Elisa era una donna che aveva paura ed ha subito per anni violenze e soprusi, e con lei i suoi figli, senza che nessuno abbia saputo o voluto aiutarla. Per anni ha denunciato le violenze commesse dal marito:
sono rimaste tutte grida inascoltate strozzate nella gola. Al coraggio delle denunce, si risponde con qualche pacca sulle spalle.
L’Italia ha un parlamento che legifera su tutto, ma non esiste nessuna legge specifica, a differenza degli altri paesi europei e civili, sulla violenza di genere.
Quando sono chiamate ad intervenire le forze dell'ordine mostrano questo limite senza vergogna.
E sono solo un ulteriore e secco schiaffo morale per la donna: «su signora, sono solo battibecchi che succedono nelle migliori famiglie».
Cosa deve fare una donna per essere creduta? A cosa servono le denunce, i referti dell'ospedale? A cosa serve proporre di inasprire le pene, se poi una moglie che denuncia più volte suo marito non viene mai creduta? In questa sottocultura da italietta fascista i mariti sembrano intoccabili, devono fare i «mariti» e se qualche volta si arrabbiano avranno pure le loro ragioni. Credeteci anche se il delitto d'onore è stato cancellato dal codice penale, non lo è dalla testa degli italiani.
Il boomerang mediatico, cavalcando il dolore dei familiari, sembra che abbia già voglia di trovare giustificazioni: aveva lasciato il marito, si era portata via i figli, aveva addirittura un altro uomo...
Elisa è stata uccisa in mezzo alla strada, alla luce del giorno sotto gli occhi di tutti, da una mano assassina che la tormentava da anni.
Una esecuzione in piena regola. Un delitto bastardo, ma talmente comune da non fare quasi notizia. In questa storia non ci sono extracomunitari ubriachi o rom alla guida di fuoristrada rubati. È solo la storia di una normale famiglia tutta italiana e come dobbiamo rassegnarci a sapere quello che conta in Italia è sempre e solo la famiglia.
Questa ignoranza e questo perbenismo di facciata permettono che follie come questa accadano; mentre una stampa e un'opinione pubblica poco sensibile permettono che vengano letti e archiviati attraverso la griglia mafiosa del codice d'onore. Fino a quando dovremo attendere per vedere una legge specifica, una sezione di un tribunale, dei magistrati e degli uffici di polizia con competenze specifiche sulla violenza di genere? L'indifferenza pensa a fare il resto, in fondo vedere una donna nei panni vittima è normale perché nella nostra sudicia cultura la donna non si può difendere. Chi lo spiegherà ai suo figli di 7 e 4 anni?”
Volevo tagliarla, ma mi è sembrata talmente completa che ho preferito riportarla tutta, aggiungo solo che in Valle d’Aosta la sensibilità delle forze dell’ordine è, con il tempo e l’attività di sensibilizzazione del Centro donne contro la violenza, molto cambiata, ma senza leggi precise al riguardo anche loro molte volte sono “disarmati” di fronte alle violenze famigliari. Riflettiamoci ma soprattutto non stiamo in silenzio e di fronte ad episodi che reputiamo “problemi personali, di coppia”, quando sentiamo le urla di una donna nostra vicina di casa, muoviamoci, facciamo qualcosa, anche solo telefonare alle forze dell’ordine.
