domenica 30 maggio 2010

Un UOMO, le DONNE e una POESIA

ho appena letto questa poesia di Edoardo Sanguineti e ve la voglio regalare........

Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l'umano
la mia compagna, ti prendo per mano.

da “Il gatto lupesco (poesie 1982-2001)” Feltrinelli

venerdì 23 aprile 2010

RICONOSCERE I MILLE VOLTI DELLA VIOLENZA





La prima campagna pubblicitaria che vuole aiutare le donne a non scambiare la violenza per amore e a reagire prima che sia troppo tardi. Una campagna che può essere adottata da chiunque. E i primi sono i due giornali diretti da una donna: l’Unità e Il Secolo d’Italia.

Questa campagna contro la violenza sulle donne è diversa da tutte le altre. Perché è un regalo che vogliamo passi di mano in mano.
Ma è diversa anche perché non troverete né occhi pesti, né occhi bassi. Non vogliamo mostrare altre donne nel ruolo di vittime. Non vogliamo che le più giovani tra noi a quel ruolo si sentano ancora inchiodate e condannate.
Ha l’ambizione di essere la prima campagna preventiva sul tema della violenza.
Vuole ricordare soprattutto alle giovani donne
che possono agire invece di subire, e che agire è una scelta di libertà. La libertà di escludere fin dall’inizio un uomo violento dalla propria vita, imparando a non scambiare la violenza per amore.
E’ nata da un’idea di Anna Paola Concia, parlamentare PD, da anni impegnata nella battaglia sui diritti delle donne e delle minoranze sessuali, di Alessandra Bocchetti, teorica del pensiero della differenza, e di Eliana Frosali, copywriter dell’agenzia di pubblicità Saatchi&Saatchi a Roma.
Si tratta di sette manifesti, ognuno con un consiglio per evitare la violenza.Le protagoniste sono sette ragazze normali, né veline né stereotipi: si tratta di allieve dell’Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata di Roma, che hanno anche curato lo scatto delle foto.
L’idea visiva è un grande rettangolo nero che nasconde il viso dell’uomo, su cui campeggia il claim: La violenza ha mille volti. Impara a riconoscerli.
Il volto coperto dell’uomo, oltre a relegarlo nell’anonimato, fa sì che siano le donne ad essere protagoniste della campagna, perchè protagoniste delle proprie vite, chiamate ad agire per mettere fine alla violenza che subiscono. Il tema è infatti il cambiamento, attraverso la capacità delle donne di guardare più lucidamente chi si ha accanto e di reagire alla violenza maschile.
Mentre il sorriso della ragazza, oltre a contrapporsi esplicitamente alla vittimizzazione caratteristica di quasi tutte le campagne su questo tema, allude alla “liberazione dalla violenza”, ma può suggerire l’idea che anche donne “normali” e sorridenti, in realtà vivono storie drammatiche.
I messaggi sono semplici e immediati: Un violento non merita il tuo amore. Merita una denuncia - Gli schiaffi sono schiaffi. Scambiarli per amore ti può far molto male - Se il tuo sogno d’amore finisce a botte, svegliati. E quello forse più incisivo: Non sposare un uomo violento. I bambini imparano in fretta.
Un’altra novità è che si tratta di una campagna creative commons, che può essere adottata e scaricata gratuitamente da internet, nello spirito di condivisione che anima oggi la rete e le iniziative no profit. “Tutte e tutti, privati cittadini, fondazioni, circoli culturali, aziende, amministrazioni locali, istituzioni, emittenti televisive sono invitati a farla circolare – chiarisce Paola Concia- sia attraverso i canali tradizionali, sia attraverso siti, blog, pagine facebook e ogni altro strumento che possa supportare una campagna fotografica”.
Per informazioni e adesioni: e-mail: info@riconoscilaviolenza.it
oppure il sito www.riconoscilaviolenza.it




venerdì 26 febbraio 2010

LA PROSTITUZIONE

La prostituzione, tema che ci interroga, ci infastidisce e ci coinvolge prima di tutto come donne
ed ecco che navigando in rete nello stesso giorno trovi due pezzi di senso e segno opposto, ve li offro in riflessione:

Punire il cliente. La strada svedese

di Chiara Valentini

A 10 anni compiuti dalla legge più innovativa sulla prostituzione mai approvata al mondo, la Svezia sta facendo i conti con i risultati ottenuti e cerca allo stesso tempo di far conoscere meglio all’estero il suo modello. Che spesso, in particolare in Italia, viene ancora considerato come una specie di stravaganza nordica, se non come un mezzo fallimento.

Non c’è dubbio che la scelta di dichiarare punibile il cliente e di considerare invece la donna come una vittima aveva rovesciato una logica orientata da sempre a criminalizzare le prostitute e a lasciar tranquilli i loro utilizzatori. Ancora più difficili da digerire le ragioni di quella scelta, enunciate nell’articolo 1 della legge: «La prostituzione è una forma di violenza dell’uomo verso la donna». Dietro quel testo c’era in effetti l’elaborazione di un femminismo come quello svedese, capace di influenzare l’opinione pubblica e di lavorare anche dentro i partiti, in quello socialdemocratico in particolare, e dentro le istituzioni. C’era un parlamento dove la rappresentanza femminile era arrivata al 45 per cento e dove i temi delle donne erano al centro di discussioni e indagini innovative. Come ha raccontato in un’intervista Gunilla Ekberg, l’avvocata femminista che aveva lavorato al disegno di legge, «fino ad un certo momento avevamo considerato la prostituzione come un fenomeno a sé stante. La svolta è avvenuta quando ci siamo rese conto che si trattava invece di una delle forme della violenza maschile nei confronti del nostro sesso». Avevano portato a questo risultato non tanto le analisi teoriche, quanto i molti studi e ricerche fatti negli anni precedenti sulle prostitute svedesi. In tutte le loro storie, in un modo o nell’altro, c’erano abusi familiari infantili, stupri subiti da amici di famiglia o compagni di scuola o condizioni di disagio estremo e di emarginazione sociale. In altre parole, nel contesto svedese erano molto rare le donne che facevano della prostituzione una libera scelta di vita. Ed ecco allora il testo che proibisce “l’acquisto di prestazioni sessuali”, punendo anche penalmente chi compra sesso ma non chi lo offre e che viene considerata invece una vittima da proteggere e aiutare.

www.ingenere.it

Non abbiamo papponi. Non abbiamo subito violenza durante la nostra infanzia, né dopo del resto. Non siamo drogate. Non siamo mai state obbligate a prostituirci. Non abbiamo angosce post-traumatiche. Non siamo infelici. Sì, abbiamo una vita sentimentale. Abbiamo amici e amanti. Siamo impegnate nella lotta contro ogni discriminazione. Svolgiamo un lavoro stigmatizzato. Abbiamo scelto questo mestiere. Vogliamo gli stessi diritti degli altri. Siamo puttane e ne siamo fiere”: così recita il ‘manifesto’ dell’orgoglio delle prostitute da poco pubblicato in Francia. Fiere di essere puttane (Derive&approdi 12 euro) è un libro che sfata i luoghi comuni che di volta in volta indicano nella prostituzione una forma di asservimento, una piaga sociale, un’emergenza da gestire come ordine pubblico. Un libro scritto da due prostitute, Maîtresse Nikita e Thierry Schaffauser, protagoniste di un movimento che chiede rispetto e diritti per quelle e quelli che hanno scelto di esercitare la professione più antica del mondo. “Si capisce subito leggendo le prime pagine di questo libro che non siamo nel campo teorico dell’antropologia sociale, bensì nella pratica quotidiana che vede le/i sex workers destreggiarsi per far fronte a quello che è un autentico attacco criminogeno dello Stato contro di loro - scrive nella prefazione Pia Covre, esponente del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute (Cdcp) – Il linguaggio diretto e schietto che Maîtresse Nikita e Thierry Shaffauser usano per raccontare come abbiano deciso di prendere la parola e avviare una lotta contro la legge di sicurezza, la discriminazione e lo stigma della ‘puttana’ ha un effetto dirompente. È una accusa chiara e lucida verso chi ha la responsabilità politica e di governo di un fenomeno sociale, la prostituzione, che in Francia già dal 2003 è stata al centro delle politiche di Sarkozy sulla sicurezza. In Francia dal 2003, come in Italia oggi, si alimentano le paure, si crea artificiosamente un nemico, si risponde quindi all’insicurezza sociale creata.

Una riflessione sul senso della vita

Faccio parte del diretivo dell'Istituto storico della Valle d'Aosta e ho voluto cercare qualcosa su internet sulla mostra A noi fu dato in sorte questo tempo (Torino 27/1-20/3/2010), a cui l'Istituto ha collaborato, e mi ha colpito la recensione e la lettera di Luciana Nissim Momigliano.

Mi ha colpita perchè in un mondo come quello attuale in cui sembra che per esistere si debba andare in televisione, ci si debba mostrare pubblicamente una riflessione come quella fatta da una donna che ha sofferto ma che dalla sofferenza ha saputo trarre forza e integrità.. buona lettura


Piccola Posta - Adriano Sofri - Il Foglio
Luciana Nissim Momigliano (1919-1998) era una giovane laureata in medicina quando, nel dicembre 1943, fu arrestata con un gruppo di simpatizzanti del Partito d'azione e deportata ad Auschwitz. Ne tornarono solo lei e Primo Levi. Ora la Giuntina ripubblica, arricchito di altri scritti e memorie, il racconto che Luciana pubblicò nel 1946, raro esempio di precocità fra le testimonianza dei ritornati. Luciana diventò poi pediatra, fondò l'asilo Olivetti a Ivrea, diventò un autorevole psicoanalista. Consiglio caldamente il libro, ma voglio qui riportare una lettera che Luciana scrisse nel 1945 a Franco Momigliano, già partigiano e prestigioso economista, che l'anno dopo sarebbe diventato suo marito. Questa lettera mi ha fatto una grande impressione, che non provo a spiegare: desidero solo farvene partecipi. Ecco:
"Biella, 14 agosto 1945
Dovrei rispondere a un milione di lettere che mi aspettavano a casa, e invece di farlo ecco che mi metto a scrivere a te, Franco. Non è per mandarti un messaggio d'amore, bensì per raccontarti una cosa per me importante. Ieri ho incontrato, casualmente, a Torino, una carissima ragazza iugoslava, profuga in Asti, che avevo conosciuto ad Auschwitz - lei è buona e dolce ed è stata con me in campo, una volta, di una generosità rara. Sono stata assolutamente felice di vederla, era talmente inverosimile andare a spasso per Torino sedersi insieme in un ristorante, era così bello essere vive! E poi lei mi ha ripetutamente detto questo - che due sue amiche, anche iugoslave, venute con me da Fossoli, continuavano a dirle come io fossi stata sempre buona e generosa, e che lei stessa, conosciuto più a fondo l'ambiente laggiù e specialmente l'infermeria, doveva ripetermi che anche 'in campo io ero rimasta onesta'. E' bello no? Infatti laggiù io, che avevo più facilità di movimento, in grazia della mia professione, ero praticamente l'unica che servisse da trait-d'union fra le italiane, che potesse dare notizie delle malate ed eventualmente trasmettesse qualcosa - tutte cose che sembrano naturalissime. Ma che là erano estremamente difficili - oltre al fatto che nessuno si prendeva la briga di fare qualcosa per gli altri. Ti confesso che io temevo il giudizio delle compagne che sarebbero tornate - io ero in una posizione privilegiata, e avevo paura che, ripensandoci ora, esse trovassero che io non avevo fatto quello che potevo. Invece no - io mi sono mantenuta onesta, ha detto Lisa, e loro mi hanno spesso rimpianto, e sempre parlavano di me, dopo la mia partenza. Ne sono molto fiera, e dopo questo sono stata indotta a fare alcune considerazioni. Non si esce da un'esperienza come questa, senza il retaggio di precisi doveri verso se stessi e verso gli altri. Non credo che Dio mi abbia salvato da Auschwitz perché io debba essere d'esempio al mondo - ma sento che un'avventura come questa deve pur significare qualcosa. Quando partivo da Grimma, un francese salutandomi, mi ha detto 'e faccia buon uso della libertà, ora che ne conosce il valore'... frase che mi gira continuamente dentro, ad indicarmi dei doveri e dei compiti. Io credo che saprò compierli ma vorrei che tu mi servissi da specchio e da censore, quando cadessi nel banale, o nel convenzionale, o peggio, nel disonesto. Quindi capisci perché questa, che non è una lettera d'amore, non poteva essere scritta ad altri che a te. Io non ho alcuna ambizione, perciò non ho nessuna intenzione di fare molta strada - per me basta essere la tua ragazza, Franco, di te che farai molta strada - e tu non devi mancare alla mia aspettativa - ma io cercherò di essere sempre una persona per bene, e se possibile, anche qualcosa di più".

sabato 12 dicembre 2009

Il processo breve e la violenza alle donne

Mi chiedevo da alcuni giorni se la proposta di processo breve avrebbe avuto delle ricadute negative sui processi per violenza alle donne ho trovato questo scritto che vi sottopongo

PERCHE’ DICIAMO NO AL PROCESSO BREVE
Se il progetto di legge sul “processo breve” verrà approvato, dovranno svolgersi nell’arco di due anni, pena l’estinzione, i processi per i reati di “violenza sessuale” nell’ipotesi di minore gravità, nonché di “atti sessuali con minorenne che ha compiuto 16 anni” nell’ipotesi in cui a commetterli siano l’ascendente, il genitore anche adottivo, il di lui convivente o il tutore del minore stesso.Ci chiediamo se il non prevederne l’esclusione, sia stata una dimenticanza oppure l’aver considerato “non gravi” questi reati: in entrambi i casi il risultato ci appare disastroso!Da anni, come avvocati, difendiamo nei processi le vittime di reati sessuali, da anni raccogliamo la loro sofferenza e ci facciamo loro portavoce nelle sedi giudiziarie. Per questo sappiamo che, a volte, un processo ha bisogno di tempo e che questo tempo non può essere determinato a priori.Non siamo disposte a considerare meno gravi i palpeggiamenti, gli strusci e qualsiasi altro comportamento che offenda la libertà sessuale delle persone!Non vogliamo che gli autori di questi reati rimangano impuniti per “questioni di tempo”!Le aggressioni nella sfera sessuale lasciano segni indelebili: non occorre aggiungerci, anche, la beffa di una mancata giustizia!Chiediamo che il parlamento modifichi il testo della legge che andrà a discutere escludendo, dalle norme sul processo breve, tutti i reati contro la libertà personale.
Gli avvocati di SVSDAD (Soccorso Violenza Sessuale Ospedale Mangiagalli Milano – Donna Aiuta Donna)

mercoledì 4 novembre 2009

IL VALORE DEI SIMBOLI

Alla notizia della sentenza di Strasburgo sull'esposizione del crocifisso nelle scuole italiane mi è venuto di getto un meno male!! Volevo scrivere due righe per spiegare perchè sono pienamente d'accordo con la sentenza che considero civile e rispettosa soprattutto del valore che i credenti dovrebbero dare ad un simbolo che tanto rappresenta per tutti i cristiani.
Ho trovato in internet il pezzo che segue che esprime con chiarezza il mio pensiero e quindi lo replico per farvene partecipi.
La banalizzazione di un simbolo
Blog europe di Andrea Bonanni la repubblica.it 4.11.2009
Premetto due cose, non necessariamente collegate tra loro. La prima è che non sono credente. La seconda è che trovo la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo contraria all’obbligo del crocifisso nelle aule un segno di civiltà giuridica e culturale. Ancora una volta, parafrasando la canzoncina dei berlusconiani, mi viene da dire: “per fortuna che l’Europa c’è”. Fatte queste dovute premesse, mi stupisco un po’ della reazione scomposta delle gerarchie cattoliche. Per un cristiano, il crocifisso dovrebbe essere, ancora di più che per un ateo come me, un simbolo sublime e terribile. La sua banalizzazione come soprammobile, confuso con i banchi, la lavagna e le altre suppellettili scolastiche, dovrebbe essere, quello sì, un sacrilegio. E la giustificazione del crocifisso nelle scuole come una fatto consuetudinario dovrebbe suonare alle orecchie dei buoni cristiani come una vera e propria bestemmia.Vietando la imposizione fuori contesto del Cristo, e del suo supplizio, la Corte di Strasburgo ha riconosciuto la sua piena e terribile dignità ad un simbolo religioso. Quella stessa dignità che la Chiesa gli nega difendendone la banalizzazione quotidiana e obbligatoria.

lunedì 2 novembre 2009

MENO MALE CHE ESISTONO ANCHE QUESTI UOMINI

VIOLENZA
Da uomo a uomo, un appello di ‘Maschile Plurale’(Roma)
Sono un uomo e vedo la violenza maschile intorno a me. Vedo anche, però, il desiderio di cambiamento di molti uomini. Scelgo di guardare in faccia quella violenza e di ascoltare quel desiderio di cambiamento. So che quel desiderio è una risorsa per sradicare quellaviolenza. Di fronte alle storie di mariti che chiudono le mogli incasa o le ammazzano di botte, di fidanzati che uccidono per gelosia le proprie ragazze, di uomini che aggrediscono o stuprano donne in un parco o in un garage, non penso "Sono matti, ubriachi o magari isoliti immigrati !", non mi viene da dire: "Quella se l'è cercata!".Tutto questo mi riguarda, ci riguarda. Quando sento giudicare gli immigrati come una minaccia alle "nostre donne" ricordo che la violenza contro le donne non nasce nelle strade buie, ma all'interno delle nostre case, ed è opera di tanti uomini, italiani e non, che picchiano e uccidono le "proprie" donne. Quando osservo l'ironia, il disprezzo, la discriminazione che precedono la violenza controlesbiche e gay non penso: "Facciano quel che gli pare, ma a casaloro". So che mi riguarda, ci riguarda: quell'ironia e quel disprezzo li conosco fin da piccolo, sono una minaccia per chi non si comporta"da uomo". La libertà di amare chi vogliamo e come vogliamo o è di tutti o non è di nessuno. Quando penso alle donne, spesso straniere, costrette a prostituirsi, prive di diritti, alla ricerca di difficili vie di uscita, non penso che "rovinano il decoro delle città". Vedo nella loro vita l'effetto di un razzismo che avanza. La prostituzione, scelta od obbligata, parla innanzitutto dei nove milioni di clienti italiani e della sessualità maschile ridotta alla miseria dello sfogo e del consumo. Credo che la violenza contro omosessuali e trans, la diffusa richiesta di ordine e sicurezza, la crescente ondata di disumanizzazione dei migranti, il razzismo, l'egoismo dilagante, abbiano a che fare con le relazioni tra i sessi: la paura e il disprezzo verso le differenze sono una tossina che avvelena la nostra società. Ogni giorno sento il richiamo verso ogni uomo ad essere complice di questa cultura e ad aderire all'ideologia della mascolinità tradizionale. Sono stanco della retorica della patria, del nemico e dell'onore, della virilità muscolare e arrogante. Quando assisto all'ostentazione di sé da parte di chi usa soldi epotere per disporre delle donne, sento che quell'ostentazione è misera, squallida e anche triste. Sono secoli che gli uomini comprano, impongono, ricattano e scambiano sesso per un posto di lavoro o per denaro. La novità sta nel vantarsene, strizzando l'occhio agli altri uomini in cerca di complicità. Non ci stiamo, e non per invidia o moralismo. Non ci interessa l'alternativa tra il consumo del corpo delle donne e l'autocontrollo perbenista. Al potere preferiamo la libertà, la libertà di incontrare il desiderio libero delle donne, compreso, eventualmente, il loro rifiuto. Quando il disprezzo per le donne, l'ostentazione del potere e le minacce contro i gay e gli stranieri diventano modelli di virilità da usare a scopi politici, capisco e sento che devo e dobbiamo reagire: come uomini prima ancora che come cittadini. Sentiamo la responsabilità di impegnarci, come uomini, contro la violenza che attraversa la nostra società e le nostre relazioni. Non vogliamo limitarci alle "buone maniere" e al "politicamente corretto". Non ci sentiamo "protettori" né"liberatori". Sappiamo che le donne non sono affatto "deboli". La loro libertà, la loro autonomia, nel lavoro, nelle scelte di vita, nella sessualità, non sono una minaccia per noi uomini e nemmeno una concessione da far loro per dovere. Sono un'opportunità per vivere insieme una vita più libera e ricca. Non ci basta dire che siamo contro la violenza maschile sulle donne. Desideriamo e crediamo in un'altra civiltà delle relazioni tra persone, una diversa qualità della vita, libera dalla paura e dal dominio. Vogliamo vivere una sessualità che sia altro dalla conferma della propria virilità e del proprio potere. Molti uomini hanno finora vissuto questo tentativo di cambiamento individualmente, cercando un modo nuovo di essere padre, una diversa relazione con la propria compagna, un modo diverso distare con gli altri uomini, un rapporto diverso con il lavoro. Questa ricerca è però spesso rimasta solitaria e invisibile, senza parole. Vogliamo esprimerci in prima persona, vogliamo che il desiderio di libertà e di cambiamento di migliaia di uomini diventi un fatto collettivo, visibile, capace di parlare ad altri uomini. Il 21novembre a Roma, in Piazza Farnese, dalle ore 15,30 alle 19,30 ,un'iniziativa nazionale aperta a uomini e donne di MASCHILEPLURALE perinfo info@maschileplurale.it, http://www.maschileplurale.it(Delt@ Anno VII, N 201 del 29 ottobre 2009)