giovedì 2 aprile 2009

Violenza: un discorso da mettere sottosopra

Anche negli anni '70 non mi sentivo fisicamente insicura. Camminavo a notte fonda nelle vie di Milano, dopo quelle riunioni di donne, lunghe lunghe, e tornavo a casa piena di pensieri e di emozioni. Radiante. Non ci pensavo quasi mai, ma avevo la sensazione che fossimo padrone delle strade, che niente ci avrebbe colpito. Prendendo la parola con le altre donne, mi stavo riappropriando di uno spazio interno e credo fosse questo che mi/ci faceva sentire inviolabili (ricordo di altre che dicevano la stessa cosa). Solo noi potevamo dare accesso ai nostri corpi, come alle nostre menti e cuori (quanto si parlava di sessualità e di penetrazione!). Intendiamoci: so bene che cosa vuol dire sentire il proprio corpo troppo visibile, come se il solo fatto di portarlo in giro in luoghi pubblici, lo rendesse aggredibile, violabile. Ma prendere la parola mi andava trasformando anche nel rapporto con lo spazio pubblico (la faccio facile, ma non è facile e non è mai finita, anche se l'invecchiamento, insieme al resto, cambia le cose).Poi accadeva qualcosa, la violenza, e ne restavo sorpresa e intristita, ma non messa in discussione nelle mie convinzioni più profonde. Così mi lasciavano estranea le manifestazioni come Riprendiamoci la notte: capivo il valore politico, ma mi rimettevano in una fragilità e insicurezza che non provavo. Forse, sotto sotto, proprio per questo motivo mi infastidivano.
Anche adesso si parla molto di violenza e torno a leggere di corpi femminili fragili ed esposti, da proteggere, da fortificare, da rassicurare. Anche con le migliori intenzioni. Sono stanca di questi discorsi. Non ci credo, anzi ci credo ancor meno di trent'anni fa.
Non voglio più parlare del come e del quanto vengono esposti i corpi femminili, perlomeno non voglio parlarne in relazione al tema della violenza maschile.
In questa storia ci sono degli esseri umani normali, con tutte le loro varietà, e sono le donne. Non particolarmente fragili, anzi perlopiù assai resistenti, insomma normali.E poi degli esseri umani, gli uomini, che hanno un problema: un potenziale di violenza. Non siamo noi donne il problema, smettetela di parlare di noi.Vorrei invece che il problema fosse nominato per quello che è. E quindi vorrei non leggere mai più un titolo di giornale che dice "un'altra donna stuprata" o picchiata, ma "un altro uomo ha perso il controllo" l'ennesimo maschio ha aggredito. Vorrei che gli uomini, tutti gli uomini, giornalisti, intellettuali e politici compresi, incominciassero a pensarsi davvero come portatori sani di qualcosa che può diventare molto pericoloso e con cui solo loro possono fare i conti. Qualcosa su cui, quando vogliono far bene, cercano di esercitare censura, che evitano di far emergere e guardare in faccia. E quindi evitano perfino di nominare, preferendo indirizzare le loro emozioni sulla pietas per i poveri corpi femminili. Qualcosa di così evidente e macroscopico che scompare, che non può essere visto se non c'è la precisa volontà di nominarlo.Per questo vorrei che tutti quegli uomini facessero a gara per diventare testimonial di messaggi corretti e consapevoli nei confronti dei giovani maschi. Vorrei che organizzassero tavole rotonde e dibattiti in cui discutono e si accapigliano sul loro rapporto con l'aggressività e il potere.Che sentissero (intellettualmente, emotivamente, politicamente) il gravissimo rischio che rappresenta per tutti loro e per le giovani generazioni di maschi, la loro incontrollabile tendenza a ricostruire e ricompattare, a ogni livello, la coorte maschile. E che manifestassero, proprio per questo motivo e non perché politicamente corretto in una logica paritaria da maschio democratico, l'urgenza di presenze femminili.Quanto a me, da un uomo non voglio essere né aggredita né protetta (e le ronde non possono in ogni caso funzionare proprio perché non viene nominata e riconosciuta la natura della violenza). Vorrei che entrasse in relazione con me, da uomo che sa di esserlo.
4 marzo 2009 Giordana Masotto
da Newsletter N° 3 - http://www.libreriadelledonne.it/

domenica 22 febbraio 2009

Nel carcere dei "sex offenders"

IN QUESTI GIORNI IN CUI SI FA UN GRAN PARLARE DI VIOLENZA ALLE DONNE continuavo a sentirmi a disagio,
cosa significa relamente per le donne violentate aggravare la pena? Quando solo il 4% delle donne denunciano le violenze subite?
cosa significa mandare i galera i colpevoli, se quando escono sono esattamente come prima, e quindi pronti a riprendere le loro violenze?
perchè si continua ad insistere sulle violenze commesse dagli stranieri, mistificando così la realtà, che registra invece violenze fatte da mariti, fidanzati, amici, colleghi ed ex mariti - fidanzati - amici
poi ho letto un articolo su Repubblica e forse mi viene da consigliare i politici che forse la cosa da fare, invece delle ronde, sarebbe che questa esperienza diventi la normalità perchè dei pochi violentatori, maltrattatori e uccisori di donne che vengono denunciati e condannati almeno il loro stare in carcere serva a cambiare mentalità in modo che una volta usciti non replichino le loto violenze.
Se volete leggetelo..

Nel carcere dei "sex offenders" "Qui riusciamo a recuperarli"

di STEFANIA CULURGIONI Repubblica 22/02/2009

MILANO - Nella subcultura carceraria sono "gli infami". Nel gergo tecnico di psicologi e operatori penitenziari sono i "sex offenders". Qualunque sia il modo di chiamarli, una cosa è certa: quando entrano in galera, le persone che si sono macchiate di un reato sessuale vengono spedite dritte nei reparti protetti, e lì confinate. Separate da tutti, isolate dal resto dei detenuti, esiliate in un girone a parte. Ovunque, tranne nel carcere di Bollate.
Si chiama "Progetto di trattamento e presa in carico di autori di reati sessuali in Unità di Trattamento Intensificato e sezione attenuata" ed è una sperimentazione avviata nell'istituto di reclusione milanese solo tre anni fa. L'unico caso in Italia in cui, dopo un anno di terapia in un'unità specializzata all'interno del carcere, i detenuti possono lasciarsi alle spalle il reparto protetto e vivere quotidianamente insieme agli altri detenuti di reati "comuni".
"I sex offenders seguono un trattamento avanzato - spiega la direttrice del carcere Lucia Castellano - un percorso studiato appositamente per chi ha commesso reati sessuali. Qui a Bollate in questo momento sono trenta persone, su un totale di 750 detenuti. E in questi tre anni posso dire che il progetto ha dato i suoi frutti. Su 80 soggetti, solo tre sono stati recidivi e uno di loro ha chiesto di tornare per continuare le terapie".
Considerato uno degli istituti penitenziari più all'avanguardia, il carcere di Bollate è nato nel 2000 con un obiettivo: offrire all'utenza detenuta quante più possibili opportunità lavorative, formative e socio - riabilitative. Un modo costruttivo per abbattere il rischio di recidiva e favorire il graduale, ma anche definitivo reinserimento del condannato nel contesto sociale. "Perché una cosa è certa - continua la direttrice - pensare al carcere come a un luogo in cui si prende la chiave e la si butta via, non ha alcun senso. Non serve a niente. Il modo migliore per evitare che questi gravissimi fatti si ripetano ancora è accompagnare la galera a dei percorsi sensati. Non farsi prendere dall'onda emotiva, studiare bene le misure da adottare per evitare la recidiva. Affrontare il problema con razionalità. E poi, infine, 'sperare' nel soggetto. Perché più di ogni altra cosa, la scelta del recupero dipende dalla persona".
È il "violentatore", cioè, che deve dire "sì, voglio guarire". E i mezzi per farlo, a Bollate, li ha. L'équipe che si occupa di seguire i sex offenders nel loro percorso fa parte del Centro Italiano per la Promozione della Mediazione (CIPM) di Milano. Un team composto da tre criminologi, sette psicologi, uno psichiatra, due educatori, un'arteterapeuta e uno psicomotricista. "La novità di Bollate sta nel fatto che è stata creata una vera e propria unità terapeutica a sé stante, interna al carcere, come se fosse una piccola comunità" chiarisce lo psicologo Luigi Colombo.
Ed è lì che, giorno dopo giorno, per un anno di fila, i colpevoli di reati sessuali devono affrontare il loro mostro interiore. "Il lavoro ha una cadenza giornaliera - continua Colombo - I colloqui sono individuali e di gruppo e tutto il progetto è incentrato sul riconoscimento del reato. Perché se c'è una cosa che il sex offender fa è proprio questa: negare, negare, negare. In carcere la negazione è usata per difendersi dagli altri. La cosa più facile e più frequente è cercare di dimostrare al compagno di cella ma anche allo stesso operatore che è tutta un'invenzione, che si è innocenti, che si è vittime di un tragico errore. Questo serve a mettersi al riparo dalle critiche e anche a difendersi da se stessi. Ed è lo stesso meccanismo che si mette in atto dentro la famiglia, con la propria moglie o con la propria compagna, quando ancora non si è finiti in galera. Distorsioni della realtà a cui, troppo spesso, si finisce per credere".
Il lavoro principale degli psicologi, allora, è quello sulla negazione. E quando è finito, comincia la seconda parte: la vita fuori dal reparto protetto, in mezzo agli altri detenuti. "All'inizio, tre anni fa, non è stato facile - ricorda Lucia Castellano - gli 'altri' reagirono molto male, qualcuno decise di chiedere un trasferimento perché proprio non se la sentiva. Ma chi entra a Bollate oggi sa bene quello cui può andare incontro: se firma, accetta la possibilità di condividere la propria cella anche con un sex offender".
La maggior parte, stando ai numeri di Bollare, sono italiani che hanno commesso reati sessuali all'interno della famiglia. Padri su figlie, o patrigni su figli adottivi, spesso con la connivenza della madre. A volte amici dei genitori, ma comunque quasi sempre persone nel cerchio familiare. "Spesso si tratta di persone che hanno un comportamento esteriore molto contenuto, inibito, passivo - spiega Colombo - I reati di branco invece sono più limitati. Li commettono persone che hanno imparato un modello aggressivo di sessualità. Soggetti emarginati che utilizzano la violenza per rafforzare la propria identità virile. Lo fanno in gruppo perché, davanti agli altri, dimostrano a loro stessi di essere forti".
Per tutti loro stare in mezzo agli altri detenuti è un passo decisivo. "E' una specie di banco di prova per anticipare il proprio rientro nella società - continua lo psicologo - una società in cui, volenti o nolenti, saranno sottoposti a dure critiche".
Il CIPM segue in tutto circa 200 persone (una trentina dentro al carcere, gli altri in esecuzione penale esterna. Far emergere questi reati, in realtà, è davvero difficile. Le violenze sessuali sono quelle con il "numero oscuro" più alto di episodi non denunciati. "Ma una volta presi - ribadisce la direttrice - è necessario che vengano messi davanti quello che hanno fatto. Il carcere deve essere anche il momento della consapevolezza, il luogo in cui riflettere sulla propria personalità, per capire perché si ha avuto il bisogno di aggredire. Solo così, forse, una volta fuori il sex offender non ripeterà più quelle terribili violenze".

venerdì 30 gennaio 2009

LO SMEMORATO DI BRUSSON

Leggo su Informazione, che ho appena ricevuto, la cronaca dell'incontro tra cittadini e "autorità" politiche sull'ampliamento dell'aeroporto di Saint Christophe.
Leggo ed allibisco:
sembra che Rollandin sia l'erede di una serie di decisioni prese dai presidenti precedenti e quindi, non potendo fare niente, sia obbligato ad andare avanti.....e che comunque il conto che pagheremo noi valdostani è poca cosa, in confronto alle nostre disponibilità.
Ripenso, ricordo e allibisco:
ero consigliera comunale a Saint Christophe nella legislatuta 1985-1990, legislatura nella quale l'amministrazione regionale, nella forma dell'allora presidente Rollandin, chiese e ottenne che il Comune di Saint Christophe vendesse (cedesse) i terreni di sua proprietà per l'ingrandimento dell'aeroporto.
Mi ricordo in particolare una delle prime (nel tempo) visite pastorali della giunta al consiglio comunale di Saint Christophe, nel corso della quale il presidente Rollandin in persona mi chiese perchè ero così contraria alla cessione dei terreni, io risposi che non ero contraria o favorevole, ma non avendo avuto la possibilità di esaminare un progetto e di capire cosa avrebbe significato per gli abitanti e per il paese di Saint Christophe l'ampliamento dell'aeroporto ciò mi rendeva impossibile dare un parere positivo o negativo.
Bè io mi ricordo la risposta di Rollandin "finchè non siamo proprietari dei terreni non progettiamo niente" e quindi andare sulla fiducia bisognava............
fiducia che tutte le promesse fatte sarebbero state mantenute e che nessun disturbo sarebbe venuto alla popolazione del paese e sì, io mi ricordo..................................
e mi dispiace che non sia riuscito a pensare cosa farne dell'aeroporto in tutti questi anni, forse era altrove occupato e un progetto così poco significativo non meritava la sua attenzione.

FINALMENTE UN PEZZO

Finalmente il parlamento italiano è riuscito, in parte, ad approvare un disegno di legge sullo stalking.
Parola che ai molti non dice tanto tanto ma che alle migliaia di donne perseguitate da ex findanzati, mariti, compagni che trovano mille modi per perseguitarle dopo la fine di un rapporto affettivo dice molto.
Finalmente anche in italia questi comportamenti (che spesso sono sfociati nella morte delle donne) sono diventati un reato perseguile per se stesso.....
è solo un primo pezzo
per eliminare la violenza nei confronti delle donne è necessario ancora un lungo cammino, fatto soprattutto di cambiamenti culturali, perchè è solo con una mentalità diversa, basata sul rispetto reciproco che questa potrà diminuire fino a scomparire

venerdì 23 maggio 2008

L'eterna violenza in famiglia

Questo è il titolo con cui è stata pubblicata la lettera che i vicini di casa di Elisa Rattazzi (la donna uccisa domenica dal marito in Barriera di Milano) hanno inviato a «La Stampa» e alle donne del governo
”Gentili Ministre, ci rivolgiamo a voi perché siete donne e forse potrete comprendere il dramma che è successo a Torino domenica pomeriggio 18 maggio. Conoscevamo Elisa Beatrice Rattazzi, abbiamo vissuto vicino a lei ed al suo assassino per anni e i nostri figli sono cresciuti assieme. È stata uccisa ed è l'ennesima assurda vittima della violenza di genere, della guerra che quotidianamente si consuma all'interno delle mura domestiche. Elisa era una donna che aveva paura ed ha subito per anni violenze e soprusi, e con lei i suoi figli, senza che nessuno abbia saputo o voluto aiutarla. Per anni ha denunciato le violenze commesse dal marito:
sono rimaste tutte grida inascoltate strozzate nella gola. Al coraggio delle denunce, si risponde con qualche pacca sulle spalle.
L’Italia ha un parlamento che legifera su tutto, ma non esiste nessuna legge specifica, a differenza degli altri paesi europei e civili, sulla violenza di genere.
Quando sono chiamate ad intervenire le forze dell'ordine mostrano questo limite senza vergogna.
E sono solo un ulteriore e secco schiaffo morale per la donna: «su signora, sono solo battibecchi che succedono nelle migliori famiglie».
Cosa deve fare una donna per essere creduta? A cosa servono le denunce, i referti dell'ospedale? A cosa serve proporre di inasprire le pene, se poi una moglie che denuncia più volte suo marito non viene mai creduta? In questa sottocultura da italietta fascista i mariti sembrano intoccabili, devono fare i «mariti» e se qualche volta si arrabbiano avranno pure le loro ragioni. Credeteci anche se il delitto d'onore è stato cancellato dal codice penale, non lo è dalla testa degli italiani.
Il boomerang mediatico, cavalcando il dolore dei familiari, sembra che abbia già voglia di trovare giustificazioni: aveva lasciato il marito, si era portata via i figli, aveva addirittura un altro uomo...
Elisa è stata uccisa in mezzo alla strada, alla luce del giorno sotto gli occhi di tutti, da una mano assassina che la tormentava da anni.
Una esecuzione in piena regola. Un delitto bastardo, ma talmente comune da non fare quasi notizia. In questa storia non ci sono extracomunitari ubriachi o rom alla guida di fuoristrada rubati. È solo la storia di una normale famiglia tutta italiana e come dobbiamo rassegnarci a sapere quello che conta in Italia è sempre e solo la famiglia.
Questa ignoranza e questo perbenismo di facciata permettono che follie come questa accadano; mentre una stampa e un'opinione pubblica poco sensibile permettono che vengano letti e archiviati attraverso la griglia mafiosa del codice d'onore. Fino a quando dovremo attendere per vedere una legge specifica, una sezione di un tribunale, dei magistrati e degli uffici di polizia con competenze specifiche sulla violenza di genere? L'indifferenza pensa a fare il resto, in fondo vedere una donna nei panni vittima è normale perché nella nostra sudicia cultura la donna non si può difendere. Chi lo spiegherà ai suo figli di 7 e 4 anni?”
Volevo tagliarla, ma mi è sembrata talmente completa che ho preferito riportarla tutta, aggiungo solo che in Valle d’Aosta la sensibilità delle forze dell’ordine è, con il tempo e l’attività di sensibilizzazione del Centro donne contro la violenza, molto cambiata, ma senza leggi precise al riguardo anche loro molte volte sono “disarmati” di fronte alle violenze famigliari. Riflettiamoci ma soprattutto non stiamo in silenzio e di fronte ad episodi che reputiamo “problemi personali, di coppia”, quando sentiamo le urla di una donna nostra vicina di casa, muoviamoci, facciamo qualcosa, anche solo telefonare alle forze dell’ordine.

domenica 4 maggio 2008

PUBBLICITA' e le donne? Stanno a guardare?

Si fa un gran (poco) parlare di come vengono (mal)trattate le donne nella pubblicità, l'ultimo sussulto di indignazione c'è stato contro la pubblicità di D&G con la donna praticamente "violentata" dai fotomodelli. Sì, ma avete visto l'ultima pubblicità del detersivo così profumato che la casalinga in questione non riesce a staccare il naso dalle mutande del suo uomo? (fortunatamente senza lui dentro). Non bastano modelli inimitabili  (e terribili) di super donne manager, casalinghe e madri perfette che non trovano mai un congiunto disponibile a dare una mano. Avete visto che gli unici uomini che puliscono in televisione sono scapoli?
Ma vi ci trovate? Ci rappresentano? 
Se non solo non vi sentite rappresentate ma siete anche indignate da tali "rappresentazioni" del femminile, avete delle idee su cosa si potrebbe fare?